Serata di solidarietà per Gaza – 6 Febbraio 2014

 

 

 

 

 

Sono arrivata nella Striscia di Gaza, 9 dicembre u.s.,  quando già si annunciava  l’arrivo del  maltempo, l’elettricità  veniva fornita per sole 6 ore al giorno e  il gasolio scarseggiava. Il Ministero della Salute aveva diramato un comunicato di pre-allerta  dando indicazione alle O.N.G. Sanitarie Palestinesi, presenti  sul territorio, di  tenere aperti i centri clinici per le emergenze. Tra questi anche il Medical Relief che si è  attivato per  la reperibilità del personale, mentre il Ministero dell’Istruzione dichiarava la chiusura di tutte le scuole di ordine e grado per 4 giorni.  Da mercoledì, 11 dicembre,  la bufera si è abbattuta su Gaza: forte vento, grandine, pioggia incessante e più di 1.600.000 palestinesi si sono trovati a dover fronteggiare una calamità di cui  il Governo di Gaza non aveva i mezzi  sufficienti per dare adeguata risposta. Strade e case allagate con acqua anche fino a 1 metro. In tante località della striscia di Gaza  c’è stato un blakout di elettricità durato fino  a 4 giorni, con disagi indescrivibili di intere famiglie al freddo, senza poter cucinare o lavarsi. Più di 20.000 persone  sono state evacuate in scuole pubbliche  e intere famiglie  sono state costrette a trasferirsi presso parenti. Le strade completamente deserte, allagate con scarichi che rigettavano  acqua   dal  sistema fognario  per la  mancanza di elettricità  che impediva il funzionamento degli impianti di pompaggio delle acque reflue.

In quei  giorni ho visitato, non con poca fatica, il villaggio di beduini di Beit Hanun dove la gente, che già   vive in misere condizioni in   baracche di lamiera, è stata messa  a dura prova; il centro di raccolta rifiuti di Beit Layha era un lago di immondizia maleodorante disperso in una vasta area anche abitata. Nella Middle area, Deir Balah e più a sud Khan Younis, i campi e le case  sommerse dall’acqua,   non solo  piovana, ma soprattutto dall’ acqua del fiume che attraversa il centro  abitato di Beersheva. Infatti   l’autorità israeliana aveva pensato bene di deviare il fiume,  aprendo le chiuse,  per evitare inondazioni nei centri abitati dagli israeliani. Non solo il governo israeliano non adempie ai “doveri”  di stato occupante, ma coglie qualsiasi occasione per  punire la popolazione palestinese e peggiorarne le condizioni di vita quotidiana.

Il maltempo ha causato  gravi danni,  tuttavia non possiamo limitarci a dire che  la catastrofe,   famiglie che hanno perso tutto,  danni all’ambiente e alle infrastrutture, siano imputabili solo  al maltempo o alla incapacità dell’Autorità di Gaza di  dare risposte in una grave situazione di emergenza. La causa principale è l’occupazione israeliana e lo stato di assedio a cui è sottoposta  la striscia di Gaza  con limitazione  e preclusione all’ importazioni di qualsiasi  materiale-attrezzature (sanitari, educativi, alimentari, per la costruzione) . Il border di Kerem Shalom è stato riaperto dopo lunghe chiusure,  per far transitare 500 mila litri di carburante. Questo rifornimento, che potrà dare sollievo per circa 3 mesi alla popolazione di Gaza,   è stato  sostenuto economicamente dal Qatar che si è offerto di pagare le tasse di importazione, spesa  che altrimenti  il Governo di Gaza non avrebbe potuto sostenere.  La crisi si fa sentire anche per la chiusura a Rafah di più di 1.000 tunnel, condizione questa che  ha bloccato la fornitura di beni di consumo portando al collasso la popolazione di Gaza, ma ha determinato anche altre gravi situazioni. Tutti i materiali importati, infatti,   erano sottoposti ad una tassa e con il ricavato il Governo della striscia di Gaza, Hamas,  faceva fronte anche al pagamento dei salari dei suoi circa 50 mila   dipendenti pubblici.  Dallo scorso mese di settembre  questi  lavoratori  ricevono il 50% del salario che mediamente è di 700 dollari al mese,  mentre i dipendenti  pubblici, . che lavorano a  Gaza, e afferiscono dell’A.N.P. di Ramallah,  percepiscono lo stipendio grazie al contributo  economico dell’Unione Europea .  Parlando con i lavoratori del Governo locale di alcuni settori pubblici, medici, insegnanti,  questi  hanno dichiarato  che  sono disposti a fare sacrifici per il  paese, ma quando si  lavora a fianco di  un collega che percepisce lo stipendio solo perché afferisce ad altra Autorità, la situazione diventa difficile. da comprendere. Questa diversità di trattamento  ha determinato forti tensioni e divisioni interne.

Durante la mia permanenza a Gaza i pescatori hanno organizzato   3 giorni di attività, presso il porto di Gaza. Hanno  voluto  denunciare  le conseguenze dell’assedio israeliano rivendicando  il diritto di poter navigare liberamente e lavorare. Negli ultimi 4 anni la marina israeliana ha  ucciso 2 pescatori , 24 sono stati feriti  e più di 100 pescatori arrestati. Notevoli anche i  danni  a tante  imbarcazioni. 

Dopo  quattro giorni di maltempo  ho potuto organizzare gli incontri con i  nostri bambini feriti che afferiscono al Medical Relief e i bambini portatori di handicap seguiti dall’associazione Hanan.  Alcune famiglie   mi hanno raccontato che sono state costrette ad evacuare la casa e trovare sistemazione  presso strutture pubbliche, scuole, o  parenti. Mi  hanno parlato delle difficoltà di quei giorni: la fornitura dell’ acqua irregolare, la mancanza di elettricità per più giorni, molti generatori inutilizzabili perché danneggiati o per mancanza di gasolio. Alcune case dei nostri bambini  sono state danneggiate dal vento e grandine che hanno causato rotture di vetri e nei casi peggiori  scoperchiati i tetti. Altre  famiglie, mi hanno raccontato di essere  rimaste isolate in casa  a causa dell’acqua e sono  state soccorse dal servizio di difesa civile che si è  avvalso anche delle barche messe a disposizione dei pescatori.

Da parte delle famiglie che ho incontrato è stato espresso il ringraziamento per le attività di Gazzella significando che  il supporto economico  e le nostre visite rappresentano una  forma di sostegno reale e concreta.

Il sole   è tornato sulla striscia di Gaza dopo 5 giorni di bufera,  ma in alcune località  la popolazione resta sommersa da acqua sporca ed è ancora al freddo.

Dopo questa  catastrofe,   senza azioni determinate,  la vita quotidiana dei palestinesi  di  Gaza sarà  drammaticamente peggiore di quanto già non sia. L’assedio deve finire, devono essere restituiti  dignità e diritti a partire  dalla libertà di movimento delle cose   e delle persone, per non lasciare che l’aiuto umanitario faccia da ponte al colonialismo.

G.

22 DICEMBRE 2013

 

 

 

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